VERA

C’era una volta una ragazza di trent’anni. Sì, una ragazza, perché non si sentiva ancora completamente donna. Pensava che lo sarebbe diventata solo in un modo: mostrando il suo vero Sé al mondo, senza tremare.
Si chiamava Vera e sognava, un giorno, di esserlo davvero.
Vera era amata da tutti. Chiunque la incontrasse anche una sola volta le riservava parole dolci, gentili, entusiaste. “Sei bella”, “sei brava”, “sei speciale”. Eppure, quasi nessuno sapeva che quella era soltanto una maschera.
Vera si muoveva come un’attrice: per ogni situazione, per ogni persona, cambiava ruolo. La maschera mutava in base a chi aveva davanti. Più diventava ciò che gli altri si aspettavano, più la ragazza dietro la maschera si lacerava. In silenzio. Senza alcuna consapevolezza.
Un giorno Vera era a casa da sola. Dopo un lungo bagno nella vasca, andò a guardarsi allo specchio. E si bloccò. Il suo viso era pieno di lividi. Lividi veri. Sul viso, sulle braccia, sul corpo. Non capiva come se li fosse fatti. Ogni parte di lei presentava un’ammaccatura inspiegabile.
All’improvviso le tornò alla mente una frase riferitole il giorno prima da una sua collega, e le tornò addosso come uno schiaffo forte, reale.
«È una falsa.»
Quell’insulto, rivolto proprio a lei, la destabilizzò. Dopo anni passati a sentirsi dire quanto fosse brava, Vera ricevette per la prima volta — anche se solo indirettamente — un giudizio. E restò scioccata, perché non riusciva nemmeno a concepire che qualcuno potesse averle dato della falsa. A lei. Che si chiamava Vera.
Chiese aiuto a sua sorella: l’unica persona di cui si fidava ciecamente, l’unica con cui si sentiva soltanto Vera, l’unica a cui raccontava davvero ogni pensiero e l’unica capace di mostrarle verità nascoste.
La sorella la guardò come si guarda un bambino che si è appena fatto male e con una tenerissima brutalità le disse che, se quel giudizio l’aveva colpita così tanto, era perché da qualche parte — ancora sepolta dentro di lei — Vera si riconosceva dentro quel giudizio.
«E in che modo sarei falsa?» domandò Vera.
La sorella non le diede una consolazione. Le diede un compito.
Le disse che dal giorno dopo, tornando a casa la sera, non avrebbe dovuto chiamarla per sfogarsi o raccontarle tutto. Le uniche persone con cui avrebbe potuto parlare sarebbero state quelle con cui si relazionava ogni giorno.
«Cosa significa?»
Significava che fino a quel momento Vera si era mostrata per quello che gli altri volevano. Era stata “falsa” perché aveva tradito sé stessa. Aveva scelto la pace al posto della verità. Aveva scelto l’approvazione al posto della propria voce.
Da quel momento Vera provò in tutti i modi a essere sé stessa. Eppure, dentro di lei crebbe una paura sconosciuta. Una paura che in realtà era sempre stata lì, profonda e sommersa come un iceberg, ma che solo allora era venuta a galla: la paura di non piacere più, di non essere più amata se avesse smesso di compiacere.
E la vita — come se volesse farle capire da quanto tempo si tradiva — la mise davanti a sfide continue. Tornava dal lavoro stanca, piena di rancore. Andava a fare commissioni, e succedeva sempre qualcosa. Piccoli attriti, scosse, occasioni in cui scegliere: maschera o Vera?
Un giorno, al supermercato, incontrò il suo primo fidanzatino. Quello che le aveva spezzato il cuore tradendola con un’altra ragazza. Vera tornò a casa e chiamò sua sorella. E mentre parlava, un’intuizione la fulminò senza pietà: nella sua vita più di una persona l’aveva tradita — amiche, compagni — e all’improvviso realizzò, con assoluta consapevolezza, che quei tradimenti non erano stati soltanto qualcosa che le era “capitato”. In qualche modo, lei li aveva costruiti.
Ricordò il discorso di un guru della spiritualità, che all’epoca aveva definito un bieco ciarlatano. In quel momento, invece, quelle parole, ritornarono alla mente di Vera e cambiarono peso, come se avessero aspettato proprio quell’istante per diventare vere:
Siamo noi a costruirci la realtà. Le persone credono che esistiamo noi e poi esista un mondo esterno. È il contrario: esistiamo noi e il mondo è dentro di noi. L’esterno è interno.
Vera capì che l’unico modo per cambiare la sua realtà era cambiare sé stessa. Se tante persone l’avevano tradita era perché, prima di tutto, lei aveva tradito sé stessa.
Non aveva mai detto apertamente ciò che pensava. Era stata accomodante e docile quando avrebbe voluto essere irremovibile. Era rimasta in silenzio quando avrebbe voluto urlare. Aveva parlato quando avrebbe voluto tacere. Era stata buona quando avrebbe voluto essere cattiva. Era stata calma quando avrebbe voluto essere una furia.
E allora capì.
Tutti quei “Avrebbe voluto” altro non erano che continui tradimenti inflitti senza alcuna forma di compassione nei confronti dell’unica persona che non avrebbe dovuto ferire. Quei lividi se li era fatti da sola. Non con le mani, ma con ogni “sì” detto per paura. Con ogni “va bene” ingoiato. Con ogni volta in cui aveva scelto la maschera al posto della verità.
Il suo corpo non accettò più quel sacrilegio: non essere ascoltato.
E Vera, davanti allo specchio, per la prima volta comprese quale fosse la sua missione: semplicemente Essere. Non sarebbe stato facile, anzi, sarebbe stato molto difficile, ma questa presa di coscienza aveva messo in moto il desiderio di non comportarsi più da vittima sacrificale, ma di essere l’unica Vera responsabile della sua vita. Probabilmente avrebbe dovuto ancora recitare, ma questa volta lo avrebbe fatto in piena coscienza e chissà, magari anche per gioco, ma di certo, mai più per paura.



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